Anni Dispari – Lo Spettacolo è un viaggio teatrale e musicale che intreccia parole e note, corpo e voce, verità e finzione. Un racconto che si muove tra canzone d’autore e monologo teatrale, con la forza e l’intimità di chi ha qualcosa da dire – e lo fa con grazia, ironia e coraggio.
La prima canzone che è quella che dà il titolo allo spettacolo si chiama Anni dispari e l’autore l’ha scritta nel 2016 che infatti è pari. E’ la storia di una storia che è abbastanza dormiente ma ogni tanto si ravviva con una corsa in ambulanza. L’ha dedicata all’ambulanza
La seconda canzone si chiama Batman e l’autore l’ha scritta un giorno senza sapere che il giorno dopo, nel cortile del Sole 24 Ore, sarebbe stata esposta una grande statua di Batman che stava in ginocchio mezzo tramortito come il Batman della canzone. Coincidenza. Batman è una canzone palindroma dedicata a una donna tetragona. Ma funziona bene anche per quelli che quando ricevono un due di picche se lo prendono e vanno a casa senza star lì a fare tante storie. E’ dedicata a loro.
Malandrino è la terza canzone ed è dedicata a quelli che sono innamorati ma non sono praticanti perché momentaneamente in carcere. Il pianista Stefano Sposetti si è innamorato della linea melodica e ha preso la cittadinanza polacca per farla come Chopin. E’ l’unica canzone italiana in cui compare la parola Eczema. E l’autore ne va fiero.
L’inchiesta e la canzone mai nata.
Un giorno l’autore volle montare un’inchiesta giornalistica su una società quotata in Borsa che aveva il nome di una specie di demonio. Allora si recò alla libreria esoterica in Piazza San Babila per documentarsi su messe nere, bestie di satana, e altre robe del genere. Comprò cinque libri. All’uscita notò che c’era una lavagna grande, di quelle con i fogli girevoli che all’ingresso non aveva notato: c’erano scritte due date. Una era il compleanno di sua moglie; l’altra quello di sua figlia. Rientrò in libreria, rimise a posto i libri, si fece ridare i soldi. L’inchiesta non la fece. Neanche la canzone. Per cui questa non la dedica a nessuno.
La quarta canzone si chiama Metamondo, l’ha scritta alla cascina di Serena Zoli e Giacomo Crippa che è suo marito. Serena è una collega giornalista del Corriere che ha scritto un libro intervista con Cassano (nel senso dello psichiatra non del calciatore): Liberaci dal male oscuro. La cascina è in Monferrato, a Vinchio, dov’è nato il comandante Ulisse Davide Lajolo. E ci sono molte colline. Sopra le colline c’era un falco che volava alto. L’autore ha guardato il falco e ha scritto la canzone. Si tratta della stessa cascina dove l’autore sbattè la testa sotto il camino che c’è in salone e lo portarono all’Ospedale di Nizza e poi ci scrisse anche la quinta canzone: Freno Motore. Metamondo l’autore se la dedica da sé.
La sesta canzone si chiama Tictac. È la canzone con l’indovinello dentro. Nel testo c’è una citazione di un poeta tedesco. Chi la trova vince una corsa nei sacchi e un buono per una consumazione alla sagra dell’asparago di Fubine Monferrato.
La settima canzone è Ninna Mamma. È la canzone con annesso fatto di cronaca. Non si capisce perché all’autore è tornato in mente un fatto occorsogli quando era alle scuole elementari a Bologna (scuola Ernesto Masi, maestra Ida Manfredini, direttore didattico Germinal Broccoli) e ci ha fatto su una canzone in dialetto (milanese).
L’ottava canzone è Capita che cappottino i capitani. È la canzone scritta a Roma dopo che l’autore ha applicato le dieci mosse di Men’s Health per farla addormentare a letto. Gli son venute benissimo visto che la signorina ha dormito dodici ore di fila. La dedica è per Felice Andreasi, genio dai tempi comici perfetti e pittore bravissimo.
La nona canzone è la Canzone delle nazionalità. È dedicata a quelli che quando sono a Ulan Bator (Mongolia) e vanno al ristorante ordinano la carbonara e poi si lamentano che non è buona. L’autore l’ha dedicata all’Enzino Iacchetti che gli è piaciuta e l’ha cantata rendendolo fiero come un padre alla laurea della figlia.
L’undicesima canzone si intitola 10mila vite Sono le vite che l’autore ha raccontato nei giornali. A 25 di quei 10mila non sono piaciute le cose riportate su di loro sul giornale e lo hanno querelato (ma per il momento ha sempre vinto lui). Uno è venuto giù apposta dalla Thailandia per picchiarlo ma poi ha cambiato idea ed è tornato in Thailandia senza averlo picchiato. La dedica è per quelli che dal lavoro di notte non rincasano ma vanno diretti al bar a sgranchirsi il cervello.
La dodicesima canzone si intitola Passaggio Ponte. E l’ha scritta a bordo di una barca a vela, non perché l’autore vada in barca a vela, ma perché lo avevano cacciato di casa e non aveva posto dove andare. Allora è andato a Rimini dove il suo amico Alessandro Rossi, lo ha ricoverato. L’autore lo ha ricambiato facendosi rubare la bici che gli aveva prestato. Ancora gliela deve ricomprare.
Sul palco, non ci sono personaggi in senso tradizionale, ma vite che si rivelano, persone che prendono forma tra le righe di una canzone, maschere che si disfano lentamente.
Ogni brano è una voce diversa, interpretata con cura da Stefano Elli, accompagnato da musicisti che diventano co-narratori:
Filippo Bentivoglio – chitarre, arrangiamenti, direzione musicale
Stefano Sposetti – pianoforte, synth, arrangiamenti
Sezione ritmica live – basso e batteria (formazione variabile)
Un ensemble essenziale ma potente, in grado di colorare ogni storia con sfumature sonore precise e evocative.
Lo spettacolo si distingue per una regia asciutta ma emotiva, che lascia spazio al testo e alla musica senza sovrastrutture. La scenografia è minimale, costruita con luci e oggetti simbolici, pensati per evocare atmosfere più che descrivere luoghi.
Le luci giocano un ruolo fondamentale: non solo illuminano, ma raccontano. Ogni cambio di luce è un passaggio emotivo, ogni ombra una possibilità.
Il suono, curato con attenzione artigianale, crea ambienti sonori che accompagnano lo spettatore in un viaggio intimo e viscerale.






